La strana storia della pesca Lenin

Lo spunto per la rubrica Piazze Amiche, su Cose Nostre di settembre, arriva da un libro che Roberto Savoiardo, corrispondente del giornale “Il paese” da Vezza d’Alba e cultore di storia locale, tratta nel suo ultimo libro: “La Merica sui bricchi – protagonisti, vicende e mercati dalla peschicoltura roerina”. Il bimestrale “Il paese”, inizialmente partito dalla Pro Loco di Magliano Alfieri, con le sue 1900 copie raggiunge i sette comuni della Sinistra Tanaro del Roero (provincia di Cuneo).

La curiosa storia della pesca “Lenin”
Siamo, con la nostra storia, nell’ultimo ventennio dell’800. Il posto è Vezza d’Alba. La coltura qui da sempre dominante, quella della vite, sta attraversando un periodo nero. Il marìn, il vento freddo del mare, è da diverse annate che imperversa, portando nelle vigne la maledizione della peronospora, a cui segue quella della fillossera. Le produzioni vinicole crollano. Migliaia di piccoli proprietari sono sul lastrico. L’unica speranza sembra essere l’emigrazione, nella Merica e nell’Argentina.
A Vezza d’Alba, un avvocato, Ettore Ferrio, appassionato agronomo, impianta in un suo fondo, in località Bricco San Martino, alcuni alberi di pesco, con le nuove varietà americane Amsden e Rosse di Maggio, più resistenti e produttive delle varietà autoctone. L’intuizione dell’avvocato Ferrio si rivela giusta. Il matrimonio delle nuove varietà col terreno roerino si rivela azzeccato: sono suoli calcarei, poveri e molto rustici, che però sanno dare frutti profumati e dolcissimi. Altri agricoltori della zona seguono l’esempio dell’avvocato.
La coltura delle nuove varietà di pesche si diffonde nelle colline della zona nel giro di pochi anni. Nel 1906 gli ettari coltivati a pesco sono 70, e saliranno a oltre 1000 ettari negli anni 20, con una produzione superiore ai 100.000 quintali annui. A Canale d’Alba si afferma, a partire dal 1908, un mercato giornaliero delle pesche, la cui fama si diffonde nel regno, e ne valica anche i confini; le pesche di Canale cominciano ad essere commercializzate anche sui mercati francesi e svizzeri.
Il frutto si afferma anche in cucina, in particolare nella preparazione dei dolci come la bavarese o i “persi pien” (pesche ripiene), vere delizie della tradizione culinaria piemontese.
Il pesco entra nel paesaggio e nella cultura del Roero e diventa la passione e l’orgoglio di un’intera generazione contadina. Si diffonde la passione per la ricerca di nuove altre varietà. Con il pesco si stabilisce un legame culturale ed affettivo, come testimoniano i pittoreschi nomi con cui i contadini battezzano le diverse cultivar, dal “fiordimaggio” al “beicme ben” e al “san giovanni”, dai “giaun e russ” al “repubblica” ed ai “de gasperi”.
E parlando di nomi pittoreschi, veniamo alla nostra pesca Lenin. Per spiegarne la storia, dobbiamo tornare al 1887, quando nel paese roerino di Castellinaldo nasce, da famiglia contadina, Giuseppe Marsaglia. Carattere sveglio e vivace, partecipa come alpino alla Grande Guerra. Rientrato alla vita civile, trova lavoro come meccanico alla FIAT. Già di fede socialista, in fabbrica diventa comunista. Negli anni 20 Giuseppe Marsaglia torna al paese natio, dove comincia a scontrarsi con i fascisti del posto. Dopo uno di questi scontri, il segretario comunale di Castellinaldo lo soprannomina Lenin. Lo “stranom” ha successo, e per tutti Giuseppe Marsaglia diventa Lenin. Un’altra passione di Giuseppe Marsaglia è la frutticoltura, e frequentando la scuola del professor Ferraris impara l’arte degli innesti. Uno dei suoi incroci, fatto nel 1928, porta a frutti di discrete dimensioni, buccia verde con sfumature rosse, polpa bianca tenera. Quando Giuseppe nel 1934 comincia a portare le sue pesche al mercato di Canale, per la gente diventa naturale chiamarle pesche Lenin.
Negli anni Trenta per le pesche di Canale comincia però il declino: iniziano ad affermarsi le pesche provenienti da altre regioni italiane, come Liguria, Emilia-Romagna, Friuli e il Salernitano. Le condizioni logistiche di Canale, ove per scelte politiche sbagliate non viene portata la ferrovia, la mettono in svantaggio rispetto alla concorrenza. Inoltre la domanda dei consumatori comincia ad indirizzarsi verso varietà a polpa gialla, mentre la produzione locale è in prevalenza a polpa bianca. Anche le imposte giocano a sfavore, perché la tassazione sui terreni a pesco supera quella prevista per i vigneti. Insomma, poco alla volta i contadini spiantano i peschi e tornano alla vigna.
Delle vecchie varietà di pesche di Canale, fino a pochi anni fa si trovavano alberi sparsi, negli orti e nelle vigne. Di recente cinque aziende roerine, riunite in un Presidio, hanno impiantato alcune centinaia di alberi di varietà Botto, San Pietro, Giallo del Porretto e Krummel October. Sono tutte accomunate da alcune caratteristiche che sono penalizzanti sui mercati odierni quali il colore di fondo verdastro, la piccola pezzatura, la forma irregolare, ma sono compensate da profumi intensi, aromatici e complessi e da un sapore straordinariamente ricco. E ricordano un’epopea straordinaria, quando il Roero e Canale erano la capitale italiana della pesca.

Per saperne di più, si suggerisce il libro La ‘Merica sui bricchi – protagonisti, vicende e mercati della peschicoltura roerina , di Roberto Savoiardo (edizioni Araba Fenice).

In attesa delle chiavi

Un aggiornamento da Genova Cornigliano. L’argomento, le paradossali avventure della Pro Loco di Cornigliano (e del suo giornale, Il Corniglianese), alla ricerca di una sede.
Scrive Riccardo Ottonelli, direttore editoriale:
“Scaduto il bando il 30 giugno u.s. e assegnataci come sede Pro Loco nei giorni successivi siamo sempre in attesa delle chiavi. Ma quanto c..avolo ci vuole dopo due anni che è vuota?”

La Grande Tirata 2017


Domani, 16 settembre, la Tirata 2017. La Grande Tirata è una manifestazione a carattere religioso che si svolge ogni sabato precedente la terza domenica di settembre a Mirabella Eclano, in Irpinia, in onore della Madonna Addolorata.
Essa consiste nel sollevamento e nel trasporto, per le vie della città, di un obelisco rivestito di paglia intrecciata, alto 25 metri, e trainato da 6 coppie di buoi.
L’obelisco è mantenuto in equilibrio da 38 funi di canapa da 50 metri ciascuna “tirate” dai funaioli, abitanti e turisti che con urla e canti sostengono la struttura e colorano la grande giornata di festa.

La cascata dimenticata

È uscito il numero di agosto de El Campanon, il semestrale della Pro Loco marchigiana di Sant’Angelo in Vado (pubblicata dal 1953, quindi fra le testate veterane fra quelle censite da GEPLI).
32 pagine in bianconero, di grande formato.
Fra i tanti articoli, uno dedicato a una delle potenziali attrazioni turistiche di Sant’Angelo in Vado, se fosse solo più pubblicizzata, e “ripulita” da infrastrutture industriali intorno che ne snaturano il contesto.
Parliamo della Cascata del Sasso. Una recente classifica delle 15 cascate più belle d’Italia include anche lei, segnalata come la più grande, grazie al suo fronte di 60 metri appaiato al salto di 12 metri.

U Signuri Longu


Dal sito della Pro Loco Artemisia di Castroreale.

“CASTROREALE (ME)
23-25 Agosto
La processione del Cristo Lungo
( U SIGNURI LONGU )

Tra le tante feste religiose che si svolgono durante l’anno in Sicilia, merita di essere ricordata quella che si svolge a Castroreale, una cittadina della Provincia di Messina, durante la Settimana Santa (Mercoledì e Venerdì) e nel mese di Agosto, il 23 e il 25 di ogni anno. La festa, unica al mondo nel suo genere, richiama un elevato numero di fedeli e amanti delle tradizioni locali, creando non poche difficoltà logistiche alla gestione dell’evento.
Il miracoloso simulacro del Santissimo Crocefisso, a grandezza naturale, è di cartapesta ed è opera di un anonimo plastificatore siciliano del XVII secolo ed è custodito e venerato nella Chiesa di Sant’Agata situata nel centro storico del paese, una delle tante chiese, tutte meritevoli di essere visitate, sia per i sontuosi altari, sia per le opere d’arte in esse esistenti. Ad esso è attribuita la miracolosa liberazione della città dal colera del 1854.
Il Crocefisso montato su un palo di cipresso lungo circa 13 metri viene inalberato e messo a piombo mediante una laboriosa operazione su un pesante fercolo ed è portato in processione il pomeriggio del 23 Agosto di ogni anno lungo le strette vie del centro storico nella Chiesa Madre, all’interno della quale rimane esposto alla venerazione dei fedeli fino al pomeriggio del giorno 25, quando viene restituito, sempre processionalmente, alla Chiesa di S. Agata. L’attrazione maggiore della festa è l’emozionante trasporto della vara, che tiene per tutta la sua durata col fiato sospeso i presenti che da ogni parte accorrono ad assistervi. La manifestazione religiosa è accompagnata da luminarie, concerti bandistici, spettacoli folkloristici, gare sportive e fuochi artificiali. Ma l’emozione più grande si prova nell’osservare attentamente il simulacro, in modo particolare il volto di Gesù crocefisso, sofferente e morto per riscattare tutti noi dal peccato originale. La sua vista e il contatto delle mani dei fedeli con il simulacro di Cristo suscitano sentimenti di profonda compartecipazione alle sofferenze di un Uomo che ha sacrificato la propria vita per il bene dell’umanità. Solo assistendo a questo rito è possibile comprendere i sentimenti che alla sua vista si provano. Spesso molti fedeli si asciugano le lacrime che improvvisamente solcano il loro volto.
L’emozione è generale, tant’è che a differenza di altre feste religiose, questa si svolge in un religioso silenzio, perché coinvolge tutti; tutti sentono la necessità di un seppur breve esame di coscienza che alla fine suggerisce quel sentimento di amore universale che deve accomunare gli uomini nel corso della loro esistenza terrena. E’ una festa che ricorda la passione e morte di Gesù, ma è anche la festa dell’uomo che Dio creò a sua immagine e somiglianza.
Il Crocefisso è portato in processione anche durante le funzioni della settimana santa, nei pomeriggi del mercoledì e del venerdì di ogni anno.
Perché i fedeli del luogo lo chiamano ” U Signuri Longu “? Il perché è presto detto. Tutte le volte che il Crocifisso viene portato in processione, viene issato su di un palo ligneo di cipresso lungo 13 metri, assicurato mediante un pesante canapo e inalberato attraverso un complicato meccanismo di pertiche lignee su di una vara di legno molto pesante (circa tre quintali). La vara nel suo complesso ha un peso di circa 950,00 kg ed è portata a spalla da 16 uomini. A manovrare le forcine delle pertiche ci sono degli esperti “maestri di forcina” che permettono al simulacro di ben muoversi tra le strette strade dell’antico paese , che spesso sono in discesa. Secondo un’antica tradizione i portatori erano quasi tutti contadini, i forcinari artigiani del legno o assimilati. Durante la processione la Croce sembra muoversi lentamente sui tetti delle case.
Un plauso va naturalmente agli abili esperti che con grande devozione compiono le delicate manovre.”

Paolo Faranda

Compiti per le vacanze


E’ abbastanza normale, per le testate che escono con frequenza mensile, prendersi agosto come, meritato, mese di ferie.
Così capita, ad esempio, per Cose Nostre, di Caselle Torinese.
Idem per In Paese, il giornale della Pro Loco di Brendola.
Nel salutare e dare appuntamento agli affezionati lettori, il giornale chiede aiuto, per disporre di materiale “fresco” per le prossime uscite.
Una specie di “compito delle vacanze”, proposto per le seguenti rubriche:
– BELLEZZA IN PAESE, una rubrica su un tema tanto semplice quanto difficile;
– APPROFONDIMENTI IN PAESE, uno spazio da dedicare ogni mese ad un tema di particolare
interesse, scelto per l’attualità e l’importanza per il territorio;
– i NEOLAUREATI IN PAESE, sui compaesani che completano un percorso universitario,
con una breve intervista sull’esperienza di studio e sulle prospettive future;
– LETTURE IN PAESE, una rubrica dedicata ai libri e alle letture in genere.